gruppo

Dissonorata di e con Saverio La Ruina

01/02/2008 - 21:00
01/02/2008 - 23:00

Venerdì 1 febbraio

rassegna di TEATRO CONTEMPORANEO


Dissonorata di e con Saverio La Ruina-
SCENA VERTICALE
(finalista premio Eti gli olimpici del teatro)


FLORIAN ESPACE via Valle Roveto 39, Pescara
Tel. 0854224087-4225129 cell. 3889240352

Un delitto d'onore in Calabria

di e con Saverio La Ruina
musiche originali composte ed eseguite dal vivo da
Gianfranco De Franco ("fiato" dei Mandara Project)
collaborazione alla regia Monica De Simone
luci Dario De Luca
organizzazione Settimio Pisano

Spesso, ascoltando le storie drammatiche di donne dei paesi musulmani, mi capita di sentire l'eco di altre storie. Storie di donne calabresi dell'inizio del secolo scorso, o della fine del secolo scorso, o di oggi. Quando il lutto per le vedove durava tutta la vita. Per le figlie, anni e anni. Le donne vestivano quasi tutte di nero, compreso una specie di chador sulla testa, anche in piena estate. Donne vittime della legge degli uomini, schiave di un padre-padrone. E il delitto d'onore era talmente diffuso che una legge apposita quasi lo depenalizzava.
Partendo dalla "piccola" ma emblematica storia di una donna calabrese, lo spettacolo offre lo spunto per una riflessione sulla condizione della donna in generale. Parlando del proprio villaggio, parla della condizione della donna nel villaggio globale.
Nello spettacolo risuonano molteplici voci di donne. Voci di donne del sud, di madri, di nonne, di zie, di loro amiche e di amiche delle amiche, di tutto il parentado e di tutto il vicinato. E tra queste una in particolare. La "piccola", tragica e commovente storia di una donna del nostro meridione. Dal suo racconto emerge una Calabria che anche quando fa i conti con la tragedia vi combina elementi grotteschi e surreali, talvolta perfino comici, sempre sul filo di un'amara ironia.

...cu a capa vasciata a cuntà i petri pi nterra...
Sungu ‘na guagliona e quannu passu mìanzu i genti agghia teni ‘a capa vasciata fa chi cuntu i petri pi ‘nterra, si mi parli angunu ‘nu zùacculu ncapa e via p' i fatti suji. Tiru i zùacculi pi difesa e pu ‘n'ata vota ‘a capa vasciata a cuntà i petri pi ‘nterra. Si veni angunu a mi dici "Oh, jamu ‘a tala parta", jiu ‘u pigghiu subbitu a petrati, "chi jè sta cunfidenza?". ‘Un davu retta a nisciunu e ‘un gavuzu mai l'uacchi a ‘nterra ca si ‘nziammai si scontrinu cu quiddi ‘i ‘nu masculu tuttu ‘u paisu mi chiami puttana.

Via G. Pace, 50 - 87012 Castrovillari (CS)
Tel/Fax: + 39 (0) 981.27734-26783
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DISSONORATA - ESTRATTI DALLA RASSEGNA STAMPA

La scrittura è un calabrese stretto come quello che si può sentire a Castrovillari, un cunto tutto parole corte e contratte, che ti attanaglia dal principio per la musicalità di inesorabile nenia in una scena che non è una scena. Davanti ai teli neri c'è solo la sedia su cui Saverio La Ruina, regista e autore per Scena Verticale, siede per 80 lunghi minuti, preso dal vortice delle sue parole che si interrompe solo alle svolte del racconto, per dar modo a Gianfranco De Franco, dietro a lui, di spezzare il flusso con i suoni dei suoi strumenti. Ma senza alterare la voce né ritoccare la pettinatura, serbando i pantaloni neri sotto l'abituccio femminile, il superbo protagonista interpreta una figura di donna senza nome, la Dissonorata del titolo, una vecchia ragazza dedita a raccontare la sua storia di figlia costretta dalle consuetudini a restare "zitellona"; e lei che un pretendente ce l'ha, manco lo può guardare, può solo curare le pecore e contare le pietre. Quando oserà parlargli, lui la vorrà toccare e poi sparirà lasciandola "rotta", con la pancia, la famiglia che la condanna, cosparsa di petrolio e bruciata, ma condannata a sopravvivere. E qui la vicenda, che nella ridda di particolari non rinuncia mai all'ironia, gioca lo sbocco nel mito quando, assistita da zia Stella, la poveretta partorisce in una stalla nella notte di Natale, e il bimbo non lo chiama Gesù, "il santo più importante che c'è", ma Saverio come l'autore, insinuando in questa feroce condanna dei costumi il sospetto dell'autobiografia. Da non mancare
Franco Quadri - la Repubblica - 18/09/2006

[...] La Ruina è una presenza indiscutibile, lo si capisce subito, dopo due minuti che lo si vede o lo si sente parlare, o recitare, o raccontare, forse il verbo giusto è raccontare. C'è una sedia, in un semibuio, in fondo c'è solo un musicista, al quale sono affidati dei brevi intermezzi. Poi c'è lui, La Ruina, vestito da donna, con dei pantaloni e con sopra una gonna, un vestito da donna del Sud. La Ruina è uno spettacolo in sé, anzi è lo spettacolo tutto intero, non importano le raffinate luci, non importano gli stacchi musicali, non importa neppure ciò che dice. Se devo essere sincero, ciò che dice non l'ho capito. Gli amici che erano con me dicono di aver capito tutto, poi mi hanno raccontato i particolari della storia (avevo intuito all'ingrosso); personalmente, dopo quei due primi minuti mi ero astratto, o arreso. Perché debbo sforzarmi di capire il dialetto? In questo caso, come ovvio, il calabrese, o una roba (sto citando), a cavallo tra Calabria e Basilicata. La storia, per la cronaca, è come già dice il titolo (anch'esso dialettale, suppongo), è la storia di una pastorella ingannata e, appunto, disonorata; e delle sevizie poi perpetrate sul suo povero corpo. Però è questa una storia interessante? Non è una storia che conosciamo già, una storia antica, di cui possiamo solo servirci come pietra di paragone nei confronti di storie analoghe che oggi accadono a persone di cultura diversa dalla nostra? L'interesse per ciò che La Ruina diceva era per me pari a zero. Mi piaceva invece il modo di dire, di raccontare, di muovere le mani, di non muovere il corpo, di flettere la voce, di rendere femminile la voce maschile, di ingentilire, più e più, ciò che avevo intuito gentile. " Dissonorata" nel mondo nostro, contemporaneo, si giustifica nella misura in cui da spettacolo di teatro, o da racconto, si trasforma in concerto, in una jam session, in una performance musicale. Franco Cordelli - Corriere della Sera, ed. Roma - 16/09/2006

Le cronache degli ultimi mesi sono costellate di delitti che hanno avuto per vittime ragazze il cui solo torto è stato quello di sottrarsi alla volontà di possesso del maschio, e non solo in ambito islamico. Se nel nostro Sud sopravvivono forme di delitto d'onore, anche in aree della società all'apparenza più emancipate, accade di morire perché non si ama più qualcuno o si ama qualcun altro. I responsabili sono spesso descritti come brave persone in preda a raptus. Ma dietro il raptus c'è sempre una cultura, un'idea della donna come oggetto di controllo da parte di mariti, padri, amanti. Proprio dall'intento di ricostruire passo passo i meccanismi su cui si fonda una simile cultura è intelligentemente partito Saverio La Ruina uno degli intraprendenti fondatori del gruppo calabrese Scena Verticale, per sviluppare il suo struggente monologo Dissonorata: il breve ma aguzzo spettacolo ripercorre infatti in un dialetto strettissimo un episodio di ordinaria sopraffazione famigliare. La protagonista è prigioniera di una rete di condizionamenti che dall'inizio la inchiodano inesorabilmente alla sua sorte: in base alle usanze lei deve vestire di nero, tenere gli occhi bassi, starsene da parte senza scambiare parola con nessuno. I parenti le trovano un aspirante marito, ma prima occorre che si accasino le sorelle maggiori: così viene presa dal timore che il fidanzato rifiuti di aspettarla, e allora - sprovveduta com'è - cede alle sue pressioni e resta incinta. Mentre l'uomo fugge lontano, il padre e i fratelli la castigano cospargendola di benzina e tentando di bruciarla. L'atroce caso si conclude per fortuna con una specie di mezzo lieto fine che apre uno spiraglio di speranza senza attenuare l'efficacia del racconto: la forza di quest'ultimo d'altronde, non sta tanto nella truculenza dei particolari, quanto nella capacità di far coesistere l'ironia e la tenerezza con la lucida oggettività di un'illuminante testimonianza antropologica. Ad aggiungere una nota di ulteriore commozione c'è il fatto che il bambino nato nonostante tutto viene chiamato Saverio, come l'interprete, suggerendo toccanti risvolti autobiografici. E poi c'è la bravura dello stesso La Ruina, che nei panni della narratrice offre una prova recitativa a tutto tondo, in fondo insolita nel panorama della sua generazione: seduto su una seggiolina, le ginocchia unite, l'atteggiamento composto e rassegnato, sfiorerebbe un'impressionante immedesimazione, non fosse per l'abito maschile che conserva sotto un dimesso grembiulino, e per la scelta di non modificare il proprio aspetto. Ma questa lieve presa di distanze nulla toglie all'intensità della sua esibizione.
Renato Palazzi - Il Sole 24ore - 05/11/2006
Attento osservatore delle realtà della propria terra, il gruppo calabrese Scena Verticale - una delle espressioni più vivaci del nuovo teatro del nostro Sud - punta da sempre a una pungente analisi della sottocultura meridionale e di tutte le contraddizioni, di tutte le storture che essa innesca, passando in special modo per una rilettura caustica e grottesca di alcuni grandi classici della scena. Se in Dissonorata. Un delitto d'onore in Calabria il terreno dell'esplorazione resta in sostanza lo stesso, cambia però - almeno in apparenza - il tono di fondo, che pur mantenendo intatta una certa vena ironica evidenzia stavolta un'inedita componente di asciutta commozione. La storia della feroce punizione inflitta dai familiari a una giovane rimasta incinta sembra semplice fino a risultare elementare, una di quelle storie che ci capita sovente di leggere sui giornali, e che ci appaiono tanto comuni da ritenerle persino scontate: invece, così centellinata alla ribalta, stagliata sulla spietata lastra radiografica di un'asciutta elaborazione drammaturgica, essa ha come primo e principale effetto il fatto di ricordarci che di scontato, in simili episodi, non v'è nulla, che in nessun modo essi devono essere considerati abituali e consueti, il che già sarebbe una forma di indiretta ma inaccettabile accettazione da parte di chi osserva. Tanto per sottolineare che non siamo di fronte a un caso isolato, ma agli esiti di un costume secolare, l'intenso spettacolo proposto a Bella Ciao, il festival di Ascanio Celestini, ci mostra come l'epilogo violento non sia che il corollario di una lunga catena di sopraffazioni nei riguardi delle donne, costrette a vestire di nero, a vivere appartate, ad attendere che le sorelle maggiori abbiano la precedenza rispetto al matrimonio. Così la protagonista, timorosa che l'aspirante marito non l'aspetti, cede alle lusinghe dell'uomo, che dopo averla compromessa la pianta in asso lasciando che i parenti tentino di bruciarla viva dopo averla cosparsa di benzina. Per aggirare l'ombra nera del melodramma, sempre incombente su vicende di questo tipo, l'autore e regista Saverio La Ruina incarna egli stesso il ruolo della vittima ormai invecchiata che in un dialetto strettissimo ripercorre il filo del proprio destino: seduto su una seggiolina coi suoi abiti maschili sui quali spicca appena una specie di grembiule scuro, la posa composta e dimessa di un'anziana cui le disgrazie non hanno spento il sorriso, dovrebbe indurci a prendere un po' le distanze, ma in parte per la sua bravura, in parte per quell'aria fuori posto riesce a rendere il tutto ancora più struggente. Ad acuire l'emozione c'è la scoperta che il figlioletto nato alla sopravvissuta si chiama come lui, Saverio, il che implica risvolti autobiografici su cui non è necessario far luce, ma che non possono lasciare indifferenti. Renato Palazzi -www.delteatro.it - 20/09/2006
[...] Chi invece offre la sicurezza di uno spettacolo già "di culto", è la compagnia padrona di casa, Scena Verticale. Dissonorata, scritto e interpretato in sobri abiti femminili da Saverio La Ruina (che con Dario De Luca anima il gruppo), è la storia di una donna, anzi di "un delitto d'onore in Calabria", come recita il sottotitolo. Ma non è tanto l'aspetto giudiziario o di colore a conquistare lo spettatore, quanto l'intensa umanità del personaggio. Una quotidianità di sofferenza e "attesa" in un sud eterno, nonostante il racconto si sviluppi a cavallo della metà del secolo scorso. Educazione e creanza di un ruolo femminile che include sottomissione perpetua, e che la protagonista rompe solo per un amore che è tutto suo, tanto che nel momento in cui si accorgerà di attendere un figlio (che nel testo ha il nome dell'autore / attore) rimane ancor più sola, senza amante e senza famiglia, e dissonorata appunto. In una lingua poetica e oscura come può esserlo il calabrese, ma che continuamente si accende di folgorazioni che hanno il calor bianco di una vita vissuta intensamente. Una prova d'attore straordinaria, capace di inquadrare nel rigore il suo racconto non meno straordinario.
Gianfranco Capitta - il Manifesto - 17/06/2007

[...] l'elogiatissimo Dissonorata di e con Saverio La Ruina, uno dei recenti successi del teatro alternativo, forte ormai di una sessantina di repliche qua e là per l'Italia [...] un paio di elementi rendono la serata assai notevole. Il primo è la lingua, un calabrese raro e mi dicono bastardo, ossia di una zona periferica, confinante con la Basilicata, comunque ipnotico per le sue saporite anche quando poco comprensibili sonorità snocciolate a ritmo di cantilena veloce. Il secondo è l'interpretazione di La Ruina, il quale consegna il racconto autobiografico della donna senza alcun tentativo di travestimento [...] e rende superbamente l'invincibilità di una sventurata che snocciola la cronaca delle proprie disgrazie e sofferenze senza malanimo, anzi, con un certo umorismo se non addirittura con allegria [...]
Masolino D'Amico - La Stampa - 10/06/2007

Saverio La Ruina racconta in "Dissonorata" la storia di una donna del Sud, meglio di tutte le donne che un tempo nel nostro paese erano considerate oggetto di possesso prima dei padri e poi del marito, donne che dovevano camminare con gli occhi bassi contando le pietre che lastricavano le vie, che non potevano uscire se non accompagnate dalla madre o dal padre o da un altro famigliare. Ma leggendo sui nostri giornali di ex fidanzati o ex mariti che uccidono chi li ha lasciati, magari dopo anni, perché non si rassegnano ad essere "sostituiti" da un altro uomo, o di donne musulmane sfigurate o uccise perché colpevoli agli occhi dei famigliari di una condotta troppo "libera", c'è da constatare amaramente che il concetto di "possesso", del potere di vita e di morte dell'uomo sulla donna è ancora oggi vivissimo e portatore di infami lutti. Riflessioni indotte dal monologo crudele e tenero, in calabrese, del bravo Saverio La Ruina, attore oltre che autore, che racconta, contrappuntato dalle musiche di Gianfranco De Franco, con pacata dolcezza e guizzi di disperata ironia, la storia di una ragazza del Sud in un dopoguerra attanagliato dalla fame e dall'ignoranza quando le donne erano imbozzolate in un reticolo di sopraffazioni, dal dover vestire di nero, al lavorare come muli fuori e dentro casa, al non avere diritto all'istruzione proprio perché donne e destinate al matrimonio. La storia della ragazza è una piccola storia: un matrimonio vagheggiato, il dover aspettare che si sposi la sorella più grande che nessuno sembra volere, la paura che l'uomo, scelto ovviamente dal padre, si stanchi, il cedere alle lusinghe, l'attesa di un bimbo, il tentativo dei famigliari di ucciderla col fuoco perché disonorata, la nascita del bimbo. Lei sfigurata e sola con il suo bambino ha ancora la forza di sorridere alla vita, un sorriso struggente. Una piccola, grande storia. Magda Poli - Corriere della Sera, ed. Milano - 04/11/2006

Perché mentre assistevo a Dissonorata [...] mi è tornato in mente il Canone di Pachebel e ho ripensato all'ingresso solenne del grande organista nella cattedrale di San Sebaldo? Che cosa c'entra la musica barocca e quell'imponenza con la storia - minima seppur terribile - di una ragazza che, rimasta incinta senza essere sposata, i parenti tentano di bruciare viva dopo averla cosparsa di benzina? C'entrano, c'entrano. Il canone - la più semplice e insieme più rigorosa forma di scrittura polifonica - è caratterizzata dalla continua imitazione delle voci. E quello di Pachebel, il quale volle coniugare il ferreo contrappunto del Nord e la melodia cantabile del Sud, realizza ben ventotto variazioni sulla base del basso ostinato. Voglio dire, in breve, che il testo e l'interpretazione di La Ruina, per molti versi straordinari, sono proprio tutto questo: a cominciare, per l'appunto, dall'adozione sistematica della sottolineatura per contrasto. Il testo [...] mi fa pensare al Casanova di Schnitzler che alle soglie della vecchiaia comincia a girare intorno alla sua città natale, Venezia, <>. Il pregio del monologo di La Ruina, infatti, sta nella capacità di avvicinarsi in cerchi concentrici all'oggetto dei singoli nodi narrativi e al tema di volta in volta affrontato: e quando lo ha raggiunto, quell'oggetto, e quando lo ha sviluppato, quel tema, nello stesso momento <>. Ma, beninteso, si tratta soltanto della necessità - per quelle parole in stretto dialetto calabrese - di sottrarsi alla trappola del ricalco realistico. Dunque vanno ciclicamente ad annullarsi, giuste le <> predette, nei suoni volutamente disarticolati emessi dai fiati e dalle percussioni del bravo Gianfranco De Franco. E subito dopo, però, proprio da quei suoni rinascono, come l'araba fenice, per risollevarsi in volo e raggiungere, addirittura, l'iperbole surreale: vedi il passo, naturalmente non scevro d'ironia, in cui il lutto perenne imposto alle vedove s'estende anche alle lenzuola. Allo stesso modo si comporta La Ruina in quanto interprete. Non cerca di sembrare la ragazza in questione, e cioè di imitarla, ma la cita: e quindi niente trucco, niente parrucca, bensì uno stremenzito vestituccio femminile da cui sbucano, eclatanti, i pantaloni. E poiché la citazione significa simbolo, ecco che qui si celebra il teatro, che è appunto il regno del simbolo, non attraverso la semplice recitazione ma per mezzo (e così torniamo al Canone di Pachebel) della re-citazione, ossia della citazione ad oltranza: vedi le varianti del gesto di lisciarsi l'orlo della gonna sulle ginocchia, per alludere, di volta in volta, alla nevrosi, alla solitudine o al sogno. La sottolineatura per contrasto, poi, trova un esempio lancinante nel fatto che quel figlio illegittimo nasce nella notte di Natale. Siamo allo scarto, in chiave mitica, fra la Colpa e la Redenzione. Ma infine, in margine a questo che, ripeto, è uno spettacolo straordinario, mi tocca un interrogativo amaro. Perché l'altra sera, alla seconda replica, invece degli spettatori c'erano soltanto una ventina di addetti ai lavori? Enrico Fiore - Il Mattino - 16/02/2007

Teniamo d'occhio Saverio La Ruina, un autore-regista che pochi conoscono ma il cui lavoro drammaturgico, lontano dai clamori ufficiali, sta affermandosi come una delle voci più nuove e più pure di questa strana stasi del teatro italiano. [...] In un paese come il nostro dove tra i dialetti che hanno ricevuto l'imprimatur oggi spicca il napoletano, a dispetto delle antiche glorie del veneto e del milanese, La Ruina che compone in un calabrese stretto che insieme sa di sprezzatura contemporanea, delle splendide saghe popolari dei Re di Francia e della tradizione fiabesca per primo rivalutata dal grande Luigi Capuana, da un anno gira l'Italia con una cronaca poetica di singolare incisività polemicamente intitolata Dissonorata. [...] L'autore-interprete di questo patetico atto d'accusa [...] testimonia il dramma della sua protagonista nei toni accesi di un Calvino innamorato dei toni acerbi e incantevoli della fiaba. Con un lessico di rara sobrietà che non esclude una dolente partecipazione emotiva, si snoda dalla ribalta la vicenda di Pascalina. [...] Fino al bellissimo epilogo che, a somiglianza della Magnani nel Miracolo di Rossellini, la vede partorire nella stalla il nuovo Gesù delle favele di casa nostra.
Enrico Groppali - il Giornale - 29/05/2007

È uno spettacolo piccolo piccolo. Nel senso che sulla scena c'è solo un attore che seduto su una sedia racconta una storia semplice, quasi elementare. Ma lo spettacolo è di quelli che ti restano dentro all'anima. Non c'è critico che non l'abbia lodato e non c'è spettatore che non rimanga affascinato. Perché l'attore trasmette una forte carica emotiva. Perché la storia, crudele e tenera allo tempo stesso è di quelle che ti segnano nel profondo. [...] la finzione del bravissimo La Ruina, grembiule femminile grigiastro sopra un paio di pantaloni, è perfetta [...] è perfetta l'elaborazione drammaturgica in cui filtra una debole vena ironica, ma soprattutto vive una componente di asciutta commozione. [...]
Domenico Rigotti - Avvenire - 10/11/2006

[...] La riconferma di un bel pezzo d'autore e d'attore è invece Dissonorata di Saverio La Ruina, cronaca in prima persona della vittima di un crimine d'onore in Calabria. Ne è protagonista, en travesti, lo stesso Saverio, trasformato in donnino dimesso, voce bassa, dialetto strettissimo che narra la sua disgraziata vita come un fiume carsico. Cresciuta a bastonate e a testa bassa, investita da un amore fasullo che l'ha "dissonorata", preda del castigo infernale della famiglia. È una tragedia in punta di piedi, sguardo a terra, senza redenzione. Piccola storia buia dell'Italia di ieri. Rossella Battisti - l'Unità - 18/06/2007

Misterioso androgino della memoria sofferente, voce ch racconte di sorprusi consumati nell'intimità familiare, di sogni andati a male, di amori mai sbocciati, annegato piuttosto in un sesso rubato alla malandrina, e di un fanciullo nato forse solo nell'immaginario delirio di una donna calabrese, è l'intima confessione di una solitaria figura femminile che Saverio La Ruina costruisce in "Dissonorata", in scena a Galleria Toledo. Gesto appena trattenuto, voce sottile, quasi immobile per più di un'ora su di una seggiola malandata, Saverio La Ruina racconta in questo suo bel monologo dalle suggestive sonorità calabresi "un delitto d'onore". È solo, ma lo spazio intorno a lui si anima e si affolla di ansiose presenze. Genitori distanti, fratelli padroni, sorelle serve, amicizie pudiche, la paura di rimanere "zitella", gli sguardi rubati, i baci carpiti, la violenza fuori e dentro le mura di casa. Perché la donna (ieri e oggi?) è vittima e va "cu a capa vascia" al suo destino.
Giulio Baffi - la Repubblica Napoli - 18/02/2007

[...] Dissonorata. Un delitto d'onore in Calabria ha, infatti, la dimensione intima del monologo, o piuttosto del "cunto" data la lingua - un calabrese stretto e di contadina concretezza - in cui è condotto. [...] Saverio La Ruina, qui anche autore e regista oltre che straordinario interprete [...] Senza forzare la voce, solo con gesti minuti e sfumature di postura, dà voce e corpo alla "disonorata" ormai matura e ai suoi ricordi di una vita di sopraffazioni. [...] La vicenda terribile, ancora più atroce perché ispirata a fatti reali, attinge però alla levità poetica di una voce di disarmante candore, capace di commuovere e persino di far sorridere. Simona Spaventa - la Repubblica, Milano - 11/11/2006

Resta impressa negli occhi e nella mente l'immagine solitaria di questa donna, grazie alla forza di un linguaggio evocativo e pregnante, che, sia pur nella semplicità dell'allestimento, dà vita a un universo parallelo divertente e struggente. Saverio La Ruina scrive e interpreta benissimo questo testo essenziale in stretto dialetto calabrese, con una potenza comunicativa tale da essere comprensibile a tutti. Di più: ti fa sorridere, ti fa commuovere, ti fa pensare. [...] Il racconto è un lungo flashback, che riproduce efficacemente i percorsi della memoria, la capacità di fissare alcuni dettagli apparentemente insignificanti, ma essenziali se letti nella giusta chiave. Lo spazio si riempie, si trasforma grazie alla potenza della parola: appaiono la campagna calabrese, con l'arsura e i cieli tersi, le modeste case, i pascoli e le stalle. [...] Come nel mito, la storia di questa ragazza [...] è una rappresentazione simbolica della condizione femminile [...] produce un messaggio universale. [...] Questo, che sembra un racconto d'altri tempi, si colora così di urgente attualità, e la trasposizione della vicenda nell'orizzonte di un'Italia vicina nel tempo e nello spazio, assolutamente verosimile, costringe a fare i conti con il nostro universo, italiano, cattolico, civilizzato. Tante le scene memorabili, come quel consesso di famiglia che dovrà sentenziare la condanna a morte, o le allucinazioni della convalescenza, che trasformano il parto nella stalla in una visione evangelica. [...] il finale si spoglia di qualsiasi retorica o ideologia, resta ancorato all'oggettività di un'esistenza ormai compiuta, quella di Pasqualina, che insegna ad accettare il proprio destino e a cambiare la Storia. Simona Buonomano - Hystrio - ottobre/dicembre 2006

È un piccolo capolavoro di teatro puro, teatro di parola sintesi di pensieri ed emozioni, questo Dissonorata, ottanta minuti di monologo serratissimo scritto e interpretato da Saverio La Ruina [...] sullo sfondo un musicista, Gianfranco De Franco per alcuni puntuali contrappunti sonori, e poi la forza dirompente di un cunto. [...] Pochi gesti, qualche leggero movimento del capo e delle mani, spesso giunte, ma niente svolazzamenti o ammiccamenti a una rappresentazione en travesti. [...] il monologo di Saverio La Ruina si srotola mozzafiato nelle spire di un dialetto calabrese strettissimo, di cui apprezziamo soprattutto una musicalità assai espressiva che dà corpo vivo palpitante alla dolorosa e disperante storia di Dissonorata, grazie anche a quel flettere la voce al femminile, con piccole sapienti e appena accennate variazioni di tono, senza scadere mai, come si è detto, nella macchietta. Bravissimo La Ruina a tenere alta una tensione narrativa ed emozionale che spesso assume i toni di una tragedia antica e che rende la serata, anche per i richiami continui a un'attualità che purtroppo non cessa di pesare sulle nostre coscienze, davvero importante e di notevole spessore etico, oltre che teatrale. E gli applausi, calorosi e meritatissimi, che l'hanno siglata ne testimoniano la forza e la necessità.
Mario Brandolin - Messaggero veneto - 04/03/2007

[...] Uno tra gli spettacoli più belli della stagione.
Anna Abate - I viaggi di Repubblica - 26/04/2007

[...] la compagnia calabrese Scena Verticale è tra le più vitali ed espressive del nostro Sud: radicata e attenta alla memoria della propria terra, la porta in scena con piccole storie venate di ironia e di tensione poetica, o a volte rileggendo in modo surreale i classici del teatro, ma sempre in relazione alla modernità. È una realtà teatrale senz'altro da conoscere [...] "Dissonorata. Un delitto d'onore in Calabria" di e con Saverio La Ruina, è fresco di debutto al festival Bella Ciao di Roma, dove l'attore ha conquistato pubblico e critica con una prova straordinaria. Sempre fermo e seduto, abiti da uomo coperti da un lungo grembiule, in dialetto stretto che presto si trasforma in un ipnotico poema musicale, dà vita a uno straziante personaggio femminile [...] Una storia purtroppo senza tempo, che non appartiene solo a una donna del meridione del passato, ma in cui risuona l'eco delle cronache di oggi, di donne ancora vessate e schiave. [...] commovente, ma a tratti buffa, riflessione sulla condizione femminile [...] Emanuela Garampelli - Vivi Milano, Corriere della Sera - 01/11/2006

E' una piccola storia ignobile, una tragedia feroce [...] quella che racconta lo strepitoso Saverio La Ruina [...] ricorrendo a quel superbo impasto linguistico che attinge all'aspro dialetto della sua terra e lo trasforma in efficacissimo idioma teatrale di parole spezzate e ritmi sincopati. Da vedere [...]
Sara Chiappori - la Repubblica, Tutto Milano - ottobre 2006

La Calabria è la loro forza e la loro dannazione. La loro forza perché da lì succhiano l'energia profonda dei loro spettacoli, la lacerazione assoluta di una terra desolante e meravigliosa, i riverberi di un dialetto che diventa partitura sonora. La loro dannazione perché fare teatro da quelle parti non è cosa semplice. Loro, gli artisti della compagnia Scena Verticale, stanno in equilibrio creativo sulla contraddizione e dal 1992 costruiscono spettacoli che sono un'alchimia quasi perfetta di visioni arcaiche e durezze contemporanee. Chapeau al Teatro Verdi che al gruppo dedica una personale [...] il recente Dissonorata, con un formidabile Saverio La Ruina [...]
Sara Chiappori - Diario della settimana - 27/10/2006

[...] un lavoro al contempo intriso di tragicità e di flebile ironia [...] Le risonanze della voce, le pause di silenzio, il vocabolario gestuale, le impercettibili sfumature d'espressione che solcano il suo volto: tutto contribuisce a rendere vivido quel microcosmo di negazione dell'identità femminile e ad inserirlo entro i confini angusti di una comunità dove ogni mutamento sociale è inesistente. L'uso di una drammaturgia dialettale, poi, è assoluto, ancestralmente legato a sonorità affatto musicali ed evocative [...] Dissonorata riesce a emozionare, a turbare, a rendere lo spettatore ostaggio cannibalico della parola, come raramente accade a teatro. Francesco Urbano - Roma - 16/02/2007

[...] Le parole escono come pietre, attorcigliate in una nenia che si ritira nell'asma interiore, parole di dialetto antico ancora condiviso. E raccontano una storia cattiva, che si potrebbe dire a lieto fine se il sopravvivere a volte non fosse una penosa condanna al ricordo. [...] Dissonorata è un felice esempio di un teatro civile e non retorico, che attraverso le contrazioni anche ispide di un racconto umanissimo e vibrante ci porta a demistificare i segni. [...] Katia Ippaso - La nuova ecologia - gennaio 2007

La prima cosa che salta all'occhio in "Dissonorata" è la dolcezza della protagonista. [...] Una donna interpretata in maniera dolcissima da un uomo, l'ottimo Saverio La Ruina che [...] riesce a spalancare le porte delle emozioni e a farci arrivare l'eco di tante storie di violenza, controllo, sopraffazione. [...] l'attore è anche, in "Dissonorata", radicalmente altro da sé. Un altro sesso, storie provenienti da un "esterno" narrazione pienamente teatrale offerta da un personaggio, non da un narratore neutro. Sta in questa duplicità la cifra particolare dello spettacolo, che riesce a "far sentire" la tragedia al pubblico, ma in modo dolce e asciutto, offrendo persino qualche sorriso e motivi di speranza. Speranza, perché la storia narrata è tragica, si scontra con l'oscurantismo, la violenza e la stupidità umana ma, intimamente, parla d'amore. E riesce a suggerire la magia della vita, che sa rinascere anche dalla violenza.
Claudio Melchior - Il Gazzettino - 04/03/2007

Riesce a calarsi nel ruolo della donna calabrese, protagonista di Dissonorata, con una misura e una credibilità che non hanno bisogno delle forzature del teatro en travesti [...] un vero e proprio racconto, fantastico e realistico allo stesso tempo. L'attore descrive con garbo sofferente l'esperienza di una donna del Pollino allevata nel terrore da un padre padrone, salvo finire poi ingravidata grazie alle advances di un avventuriero di passaggio [...]
Stefano De Stefano - Il Corriere del Mezzogiorno - 17/02/2007

Basta guardarle i piedi per capirla, e le mani: i piedi appena appoggiati in punta e le mani che gesticolano ansiose, molto espressive, ma senza alcun movimento repentino di braccio e avambraccio. Questa è la posizione di chi si racconta in un angolo... su quelle sedie spigolose messe nel centro dove tutto intorno è vuoto. [...] Questa è la posizione psicologica di chi è costretto a non muoversi [...] È un lutto, un lutto per la propria morte, o una veglia forse [...] Saverio La Ruina come sempre si immerge in personaggi davvero molto difficili, stavolta in una donna calabrese che esprime tutta la sua drammaticità nei piccoli gesti di una donna castigata. Sempre in dialetto (il canale sensoriale è quello uditivo), in suoni gutturali repressi in gola ma poi scacciati fuori come topi. E il tempo del dolore è ritmico, così è più sopportabile, come i ricordi che ritornano alla mente ripetitivi e angoscianti. [...] Bellissimo testo, raccontato a voce: l'interno di un volto da tradurre in riflessione.
Chiara Merlo- Italia Sera - 17/09/2006

Un pezzo di gran teatro. Bisogna dirlo subito e senza mezzi termini. "Dissonorata" [...] in questi giorni al Teatro Verdi di Milano, colpisce e si fa strada nelle menti e, sono convinto, nei corpi degli spettatori. Potrebbe essere gridato, forzato, sopra le righe, come accade con tanti spettacoli che pretendono di cogliere gli aspetti antropologici del nostro Meridione e sicuramente sarebbe un colpo allo stomaco. Ma, finito il momento dell'impatto all'insegna dell'eccesso, poco o nulla rimarrebbe nell'animo di chi lo ha visto. Invece La Ruina sceglie la strada del racconto discreto [...] con un leggero scarto di toni e con un'efficacissima gestualità parlante, mai scolorita, contenuta ed evidente nello stesso tempo, utilizzando il dialetto calabrese delle zone del Pollino, piegato a una mirabile musicalità, racconta tutto: ciò che è detto e ciò che non è detto, rendendo ogni particolare comprensibile anche a un pubblico settentrionale. Ed è così che la disumana vita della Dissonorata prende chi ascolta e gli rimane dentro [...] uno spettacolo che non ha bisogno di spiegazioni e di orpelli, tanto è perfetto e compiuto in sé. E infatti sono lunghissimi gli applausi alla fine [...]
Vincenzo Bonaventura - Gazzetta del Sud - 07/11/2006

Una sedia, un grembiule da donna indossato sugli abiti maschili e tutta la bravura di Saverio La Ruina, accompagnato dalle emozionanti musiche eseguite dal vivo da Gianfranco De Franco [...] A tutto questo aggiungete un dialetto stretto e un ottimo successo di pubblico [...] Che quello di Scena Verticale sia teatro allo stato puro lo dimostra proprio il fatto che, nonostante l'uso del dialetto, il pubblico milanese in sala rimane attentissimo e coinvolto nella vicenda narrata [...] Scena Verticale ha un pregio non da poco: le radici ben innestate nella nostra regione, senza rinnegarle e rifuggendo da facili macchiette, ma la testa rivolta al mondo. Mirko Altimari - Calabria Ora - 09/11/2006

[...] un punto di arrivo, una prova decisamente matura della compagnia; merito di Saverio La Ruina che ha disegnato e interpretato una storia di grande forza drammatica, una storia di ordinaria violenza nei confronti delle donne del Sud [...] La Ruina è Pasqualina, potente simbolo della condizione femminile offesa: seduto su una seggiola di legno, con un abitino sopra i pantaloni, rifà le movenze piene di pudore e riservatezza delle donne del Sud, ritma il suo corpo con pochi gesti calibrati sulle parole. La gamba appena sollevata, le dita a toccare incessantemente quei bottoni e a coprirsi le ginocchia, la testa china: Pasqualina ripete in dialetto calabrese le vicende come una nenia rituale; è un fiume di parole intervallato solo da musica suonata dal vivo. Colpisce al cuore questa vicenda straziante e chi la racconta, in una costruzione della narrazione che nulla lascia al caso, all'improvvisazione. [...]
Annamaria Monteverdi - www.ateatro.it - marzo 2007

[...] "Dissonorata - Un delitto d'onore in Calabria" suscita sentimenti, evoca ricordi. Saverio La Ruina riesce ad entrare in relazione significativa con l'altro, in platea, scuotendolo. Lo stringe a sé o lo strattona distante. Ma gli dice qualcosa. Insomma, comunica. In calabrese, lingua impervia e nuda. Sulla "piccola" storia di una donna calabrese, di ‘na guagliona del nostro meridione, l'autore attore e regista di Castrovillari opera in profondità, sviluppando il dramma, senza mascherarlo, deteriorarlo, con soluzioni mirabolanti o, peggio, eccentriche. Il suo è un intreccio originale e dinamico di professionalità, competenza e, soprattutto, passione. Il lavoro più importante è sulla gestualità (tic e mossette) e sui microtoni di una voce che era già ricordo. Un suo ricordo, che riesce a regalare agli altri. [...] assolutamente emozionante nel coinvolgimento, perché "... cu a capa vasciata a cuntà i petri pi nterra..." si può stare anche in platea. Magari con gli occhi chiusi, lasciandosi destare da un'emozione nuova. E da un messaggio diverso. Salvatore Scuro - www.levignepiene.com - 03/012/2006

A dare voce ai ricordi della "dissonorata" narratrice della propria vicenda è l'ottimo Saverio La Ruina. [...] Parla un calabrese stretto stretto che incanta per la sua musicalità, rinforzata dalle flessioni che l'attore le impone colorendo di femminilità il suo timbro, senza mai forzare e caricare eccessivamente. [...] Per quanto la parola sia preponderante, colpisce l'estrema padronanza del gesto che impone all'attore di rimanere seduto, composto, esprimendo in questo modo la pudicizia, la rassegnazione, la goffaggine dovuta all'inesperienza del personaggio, delegando il movimento a una "danza" delle mani, dei piedi, delle spalle, della testa, studiata, precisa, particolarmente efficace anche nel delineare la figura del seduttore. In certi momenti ci si scorda che a parlare sia un uomo, ma poi gli spunti ironici, che non abbandonano mai il racconto della tragica vicenda, fanno riemergere il punto di vista dell'attore, uno sguardo distaccato e tuttavia tenero e rispettoso verso il personaggio interpretato. Proprio questa commistione di ironia e dolcezza è l'elemento di forza del testo [...] Emanuela Agostini - www.drammaturgia.it - 28/02/2007

Una sedia. Un grembiule da donna indossato sugli abiti maschili. Un impasto linguistico che attinge all'aspro dialetto calabrese [...] Musiche originali dal fascino ancestrale e dalla forte carica emotiva. Ma, soprattutto, un attore di indubbia bravura come Saverio La Ruina. Il risultato? Un piccolo gioiello teatrale, un felice esempio di teatro civile [...] Un'interpretazione, la sua, sofisticata, umile e al tempo stesso umana, microfono all'orecchio da testimone oculare, reporter discreto, cronista di paese. [...] Ma se la cadenza della nenia dialettale fa sorridere il pubblico che subito si affeziona alla disonorata zitella, l'ironia ha comunque un gusto amaro. [...]
Miriam Monteleone - www.eartmagazine.com - 03/03/2007

[...] Un monologo dai tratti accoratissimi e al tempo stesso così delicati e travolgenti da superare la barriera biologica che si pone fra uomo e donna: sul palco a raccontare delle emozioni che si susseguono velocissime e quasi frenetiche è un uomo ma nelle orecchie di chi ascolta scorre la voce di una donna. Non è uomo e non è donna allora la matrice dei sentimenti che dilagano dal palco verso gli spettatori e viceversa in uno scambio pulsante di suggestioni che sconfinano spesso nella tenerezza e nell'impotenza e che arricchiscono queste facce di una stessa medaglia di un continuum emozionale che raggiunge altissimi livelli. Una perla da palcoscenico da vivere e da dedicare e dedicarsi in un atto di coraggio e doverosa introspezione verso di sé per migliorare e crescere e soprattutto - così come è compito del teatro civile - per riflettere su chi siamo e dove vogliamo andare. Calorosissimi e meritati gli applausi finali.
Valentina Coluccia - www.connessomagazine.it - L'informazione culturale del Nordest - 05/03/2007

[...] Lo spettacolo dura un'ora, forse qualcosa di più, ma è difficile distrarsi, nonostante la staticità e l'ostacolo del dialetto. Saverio La Ruina è bravissimo. Nessuna parola, nessun minimo movimento è lasciato al caso. Tutto rientra nella costruzione, nel testo perfetto (mai eccessivo, mai povero), nella magistrale interpretazione. E alla fine, al momento del commiato, quando Gracias a la vida accompagna dolcemente le luci che si abbassano, il mistero della nascita e dell'amore è più forte del dolore e della violenza, ed è difficile applaudire ad occhi asciutti. Mi piacerebbe che l'attore, e il teatro più in generale, potessero avere sempre questo effetto. Parlare di quelle cose semplici che semplici non sono, arrivando con una naturalezza umile e composta a pigiare il dito su quello che ci avvicina, piuttosto che su ciò che - in mezzo alla confusione - finisce per allontanarci.
W.E. - http://writingeffort.wordpress.com - 28/02/2007

[...] uno spettacolo che coinvolge a tutto tondo, in cui i gesti, le parole, la musica, le emozioni di questa riflessione sulla condizione femminile che parte dalla storia di una donna calabrese, sono concentrati nella magnetica presenza di Saverio La Ruina. Uno degli spettacoli più acclamati della stagione [...]
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