Scienziati al servizio del farmaco

Da: Il Manifesto

06 aprile 2003, di Franco Carlini

Il giornalismo indipendente si rivela ancora una volta un bene prezioso per la collettività. Nelle scorse settimane, dopo un'inchiesta del quotidiano The Guardian, il governo inglese ha sciolto la commissione che avrebbe dovuto valutare bontà e difetti di antidepressivi molto diffusi, tipo Prozac.

Il giornale rivelava che due dei membri della commissione, istituita dal governo, avevano azioni GlaxoSmithKline, la casa che produce uno dei farmaci in questione, il Seroxat. Sono Michael Donaghy, lettore di neurologia a Oxford, e David Nutt, professore di psicofarmacologia all'università di Bristol. In particolare Nutt partecipò a suo tempo al lancio pubblico del Seroxat, presentato come la «pillola per la timidezza». Insieme a lui c'era un altro illustre scienziato, il professor David Baldwin dell'università di Southampton, le cui attività imprenditoriali meritano attenzione: fa parte infatti dei comitati di consulenza di SmithKline Beecham, Bristol-Myers Squibb, Eli Lilly, Organon e Pharmacia, tutte famose aziende del settore. Le ricerche del suo dipartimento sono finanziate da queste cinque case farmaceutiche e lui stesso riceve onorari significativi per parlare a simposi e convegni dove i nuovi farmaci vengono illustrati ai medici.

L'indagine del governo inglese venne aperta di fronte al numero crescente di suicidi o atti di violenza. Si trattava anche di verificare se farmaci come il Seroxat non provocassero per caso una pesante assuefazione, al punto che i pazienti non potevano più farne a meno.

Nel 2001 nello stato americano del Wyoming, Donald Schell uccise la moglie, la figlia e la nipote e poi se stesso; due giorni prima aveva inziato un trattamento con il Paxil, il nome con cui viene commercializzato il Seroxat negli Stati uniti. Un tribunale in seguito condannò la SmithKline Beecham - ora chiamata GlaxoSmithKline - a pagare 6,4 milioni di dollari di risarcimento ai superstiti della famiglia. Il mese scorso un giudice del Galles ha ordinato di ritirare dal commercio il Seroxat dato che un'insegnante in pensione si era suicidata, poco tempo dopo avere iniziato un trattamento medico con questo farmaco.

L'intreccio imbarazzante tra aziende private e ricerca scientifica sta esplodendo anche in California, dove litigano i professori e gli amministratori delle università statali di San Francisco e di San Diego. A San Francisco in gennaio il corpo accademico della facoltà di medicina ha votato al 52 per cento di non accettare più finanziamenti che provengano dalle industrie del tabacco: «Non è opportuno prendere soldi da un'industria che uccide 5 milioni di persone ogni anno nel mondo e che mente sempre», ha commentato Stan Glantz, specialista in malattie cardiovascolari. Il voto contrastato discende da scrupoli morali, ma anche da altri interessi materiali; esiste infatti una organizzazione non profit di Washington, la American Legacy Foundation, che ha deciso di non sostenere più alcuna ricerca nelle università che prendono soldi dall'industria delle sigarette. Ogni anno la fondazione distribuisce fondi per 25 milioni di dollari. Si trattava dunque di scegliere tra l'una e l'altra fonte di finanziamento.

Anche il recente caso che ha visto coinvolta la Pfizer (vedi il Manifesto di giovedì scorso) è in qualche modo esemplare: la casa farmaceutica ha commissionato all'istituto Ispo del professor Renato Mannheimer un sondaggio (uno dei molti condotti dal suo istituto) con lo scopo di dimostrare che l'assistenza sanitaria in Toscana era insoddisfacente. Secondo i documenti interni della stessa Pfizer ciò era dovuto alle politiche al risparmio della regione stessa, che frenavano la libera disponibilità dei farmaci. È una tesi di parte e interessata, ma di per sé legittima. Molto meno corretto è il fatto che presentando la ricerca non ne sia stata rivelato il committente. Nel memorandum interno si raccomandava che ciò non avvenisse, «perché una minima esposizione sarebbe deleteria». Ora che i documenti sono stati pubblicati l'imbarazzo della Pfizer è grande e quello del professor Mannheimer speriamo altrettanto.

Nota: Articolo pubblicato su NSOE nell'aprile 2003.