Globalizzazione e istituzioni pubbliche

COSTRUZIONE E DECOSTRUZIONE DI UN FENOMENO

1. Globalizzazione: è nata adesso o è sempre esistita?

In un articolo di Alessandro Baricco "Parole per dire mondo", apparso su La Repubblica, il 20 Ottobre 2001, l'autore si poneva le seguenti domande: perché 10 lettori che comprano libri per posta non sono niente rispetto a 1 lettore che compra un libro on-line? Perché le abitudini della maggior parte della gente non creano una tendenza, mentre il gesto innovativo di una sparuta minoranza consolida un atteggiamento mentale stereotipato e conforme ad un modello di vita orientato al pensiero unico?

Verrebbe da rispondere: Forse perché la vera essenza dell'epoca postmoderna non viene decodificata attraverso l'interpretazione dei fatti, ma più semplicemente - e nello stesso tempo più sofisticatamente - dalla ricontestualizzazione dei concetti: una ricontestualizzazione che non cambia la realtà delle cose, ma solo la percezione di esse.

Globalizzazione è un termine di per sé neutro che si riferisce all'interdipendenza di tutte le società presenti nel mondo. Tuttavia il suo significato letterale, la sua accezione denotativa, sembra non avere importanza nel dibattito politico, mediale e culturale della società odierna. L'unica cosa che conta è la contrapposizione tra diversi significati connotativi. Lo scontro tra "apocalittici globali" e "integrati globali" è oramai in atto, teatralizzato e confezionato - come una soap opera - per il pubblico occidentale. Tuttavia si tratta di uno scontro puramente fittizio poiché in termini reali, non produce assolutamente nulla: non sposta gli investimenti, non determina innovazione e sviluppo, non espande l'emancipazione sociale ai paesi che ne sono privi.

Il dibattito mediale alimenta una serie di atteggiamenti "critici" e/o "ludici" di fronte ad un fenomeno le cui origini risalgono all'epoca moderna. Leggendo attentamente la storia si nota che il primo processo di globalizzazione è riconducibile al 1400 e alle sue prime forme di capitalismo commerciale, in concomitanza con la scoperta dell'America: quindi al commercio triangolare[1].

Un secondo episodio di globalizzazione è rintracciabile nell'epoca del capitalismo industriale, con l'ascesa della Gran Bretagna e la sua conquista dei mercati mondiali. La Prima e la Seconda Guerra mondiale sono stati altrettanti importanti episodi di globalizzazione territoriale. Infine la Rivoluzione informatica ha determinato la strutturazione dell'odierna globalizzazione dei capitali: attraverso l'utilizzo delle tecnologie si sono creati dei mercati il cui sviluppo dipende esclusivamente da un'informazione simultanea e dalla possibilità di comprare e vendere in tempo reale. Se si volesse tentare di rintracciare un'origine storico/concettuale del neologismo "Globalizzazione" si scoprirebbe che il termine è sempre esistito, ma è stato filtrato da "significanti" diversi secondo le epoche e le scuole di pensiero.

Nel 1600 la parola era codificata da espressioni quasi tutte ottimistiche: "Scoperta di nuovi mondi"; "Secolo delle esplorazioni"; "Secolo d'Oro"; "Evangelizzazione dei popoli della terra". Durante la rivoluzione industriale la globalizzazione si chiamava: "Età coloniale"; durante i moti del 1848 "Internazionalismo" era la parola d'ordine e aveva accezioni diverse secondo l'orientamento ideologico. Nel ventesimo secolo parole come: "Imperialismo", "Neocolonialismo di ritorno" "Pensiero Unico" e "Villaggio Globale" hanno tracciato i confini culturali, geopolitici e ideologici di un processo complicato e ambiguo che oggi prende il nome sfacciato e totalizzante di: Globalizzazione. Gli intellettuali, gli economisti e i filosofi contemporanei hanno ulteriormente incrementato l'ambiguità di questa parola.

Secondo A. Giddens, la Globalizzazione è una fittissima rete di relazioni sociali, politiche, economiche e culturali che attraversa le frontiere di tutti i paesi del mondo, provocando un processo di condizionamento e di interdipendenza, in virtù del quale il mondo si configurerebbe come un unico sistema sociale. Tuttavia, sempre secondo Giddens, le interrelazioni reciproche fra differenti parti del pianeta, sviluppate da processi vari e di natura diseguale e frammentata, non hanno portato e non porteranno a una integrazione politica né a una riduzione delle disuguaglianze internazionali rispetto alla ricchezza e al potere. R. Robertson ritiene che la globalizzazione sia un processo avviatosi secoli or sono e proseguito fino ai nostri giorni. I. Wallerstein in "Le origini dell'economia mondiale nel XVI secolo" del 1974 afferma che a partire dal XVI secolo in poi il sistema mondiale può essere considerato come la storia complessiva del processo di globalizzazione.

2. Globalizzazione: omologazione o internazionalizzazione?

Alla luce della precedente ricostruzione diventa allora comprensibile la decostruzione valoriale applicata da Baricco alla parola globalizzazione. Una parola continuamente sottoposta a derive semantiche. Da una parte (quella del ceto medio occidentale) essere globalizzati significa che in tutto il mondo si usano Nyke, che dovunque esiste il MacDonald, che dal Tibet al Canada si naviga su Internet. Dall'altra (quella degli economisti e degli intelletuali) essere globalizzati significa che in tutto il mondo si è gradualmente costretti ad adottare: un unico modello economico; un'unica moneta di riferimento; un unico modo di vedere il profitto, la sua produzione e la sua comunicazione[2]; un unico e omologante sistema culturale; un unico e alienante modus vivendi. In tutti i casi si assiste ad un gioco delle parti (tra esperti e gente comune) dove la realtà è assente. Assente perché in Mongolia solo una persona su 100.000 potrebbe mangiare al Mac; assente perché in Africa solo una persona su 1.000.000 sarebbe in grado di utilizzare internet; assente perché un secolo di omologazione culturale non ha spostato di una virgola l'organizzazione delle caste in India. Allora la globalizzazione in quanto oggetto del contendere non esiste? Sicuramente esiste una sua percezione che ovviamente alla lunga potrebbe comunque determinare conseguenze effettive in termini reali. La parola globalizzazione è sottoposta a infiniti rimaneggiamenti "interpretativi": a infinite decostruzioni. Ciò che è avvenuto in termini mediatici e ideologici sulla globalizzazione non è che la punta parossistica di un fenomeno che oramai convive da oltre quarant'anni con la cultura occidentale: il fenomeno de "la profezia autoavverantesi".

Il termine è molto conosciuto tra gli speculatori di borsa, ma anche dai professionisti della comunicazione.

Il meccanismo è semplice: si tratta di lanciare attraverso i media un nuovo modo di pensare (o vestire o investire) dicendo che si tratta di una tendenza oramai consolidata. Nel breve periodo altri giornali riporteranno la notizia. Nel medio periodo molti lettori si convinceranno dell'esistenza effettiva della tendenza e cominceranno a imitarla. Nel lungo periodo la tendenza diventerà concreta: la profezia si sarà autoavverata. A questo punto però diventa difficile stabilire in modo scientifico che si tratta di una profezia, poiché se è diventata reale ci saranno sempre persone capaci di dimostrare che essa è avvenuta perché comunque doveva avvenire a prescindere dal meccanismo che l'ha stimolata. Tutti, dopo un po' di tempo si chiederanno se esiste davvero l'inventore della tendenza. Questo accade nel campo della moda, nel campo enogastronomico, nel campo politico e in quello dei mercati azionari: è la diceria che fa crollare la borsa o è la borsa che crea la diceria perché comunque sarebbe stata destinata a crollare? All'aumentare dei mezzi di comunicazione a nostra disposizione diminuisce la chiarezza delle medesime informazioni, mentre si incrementa la ridondanza. La globalizzazione non è altro che la vittima più recente di questo processo.

Parafrasando Bateson, è possibile affermare che in epoca postmoderna, in concomitanza con l'era mediatica e la crisi dei partiti di massa, si sta manifestando un virus che intacca la semiosfera degli uomini: il virus del riposizionamento infinito.

"Il riposizionamento concettuale delle parole determina le tendenze culturali e i miti, sia euforici ("il mito dell'autorealizzazione"; "il mito del successo"; "il mito dell'uomo imprenditore"; "il mito della società del benessere"; "il mito della democrazia come unica forma di governo positivo possibile"; "il mito del nuovo e del progresso tecnologico") sia disforici (es. "il mito della schizofrenia della società occidentale", "il mito della meccanizzazione esasperata dei rapporti umani"; "i miti della solitudine, della depressione e della paranoia quali mali endemici del nuovo millennio").

Questi miti a loro volta determinano gli atteggiamenti degli uomini che a loro volta determinano le conseguenze reali. Un altro fenomeno, tipico della posmodernità, che ha totalmente pervaso il senso e il significato della parola globalizzazione è: l'enfatizzazione e la tutela di esigenze elitarie, minoritarie e secondarie versus la dequalificazione delle esigenze comuni, maggioritarie e basilari.

Esiste nel mondo occidentale una potente tendenza a comunicare i gusti e la volontà di pochi rispetto alla eterogeneità di molti. Questa tendenza è legata alla volontà di uniformare le culture attraverso i mezzi di informazione. Ovviamente la realtà dei media è ben diversa da quella delle pratiche sociali, ma questo i destinatari della comunicazione non lo sanno. Chiunque nel mondo vedendo la tv è convinto che alcuni fenomeni come il fast food, internet, la coca cola, la solitudine e il relativismo valoriale, siano concetti comuni per tutti i popoli. Questo accade per un profondo paradosso tipico dell'era globale: lo scambio commerciale e informativo tra nazioni e stati non determina, ma al contrario eclissa, lo scambio comunicativo e relazionale tra le diverse culture.

In realtà la globalizzazione culturale non esiste, anzi proprio in epoca globalizzata sembra aumentare l'orgoglio delle diversità.

Quando ci riferiamo alla globalizzazione culturale è facile pensare al mondo alla McDonald, in cui le catene di negozi e servizi americani si diffondono in tutto il mondo, portando con sé il concetto di sviluppo di tipo occidentale. Ritzer nel 1993 con il saggio "The McDonaldization of Society" ha chiarito questa visione del mondo. Tuttavia non sembra che la monocultura occidentale riesca ad attecchire dappertutto, anzi il riemergere di nazionalismi e fondamentalismi da molti è letto come risposta all'imperialismo culturale, che per molti è solo un sostituto del colonialismo. Globalizzati o No Global la realtà è che sia i primi che i secondi sono la faccia della stessa medaglia: le loro stesse opinioni sono determinate da poteri posti al di sopra di essi.

Gelminello Alvi sostiene che l'integrazione e interdipendenza delle società nel mondo "si sviluppa ancora una volta sotto l'egemonia delle potenze anglofone, che plasmano gli equilibri del mondo sulla base delle proprie convenienze. C'è una sproporzione talmente palese tra quanto di impressionante sta accadendo e i proclami di progresso conditi di quotidiani numeretti sul Pil e le Borse.". (Geminello Alvi, "Il secolo americano", Adelphi, Milano, 1996).

Ancora una volta ciò che è percepito, costruito e decostruito non ha nulla a che vedere con la realtà. Tutti gli uomini che pronunciano la parola globalizzazione sembrano scivolare in un fiume asettico di rivoluzioni tecnologiche, Borse, mercati da rendere flessibili, senza mai scombinare questi schemi. P. Huntington (in P. Hungtington, "Lo scontro delle civilizzazioni e il nuovo ordine mondiale", Garzanti, Milano, 1997) scrive: «L'Occidente sta sviluppando l'equivalente di un Impero Universale sotto forma di un complesso sistema di confederazioni, federazioni, regimi e altre istituzioni cooperative». L'Impero universale ormai esiste e parla inglese: forse questa è l'unica realtà globalizzata finora provata, tuttavia anch'essa è una realtà positiva o negativa secondo il grado di consapevolezza che ognuno di noi ha nei confronti della propria cultura.

3. Globalizzazione e Istituzioni Pubbliche: scenari aperti

Visti i dubbi circa le incidenze del pensiero omologante dal punto di vista culturale; viste, al contrario, le certezze di una presenza del fenomeno globalizzazione nell'economia delle nazioni, viene da chiedersi che relazione esiste tra globalizzazione e istituzioni pubbliche. Sicuramente, sia da un punto di vista virtuale che da un punto di vista reale, la globalizzazione ha aperto nuovi scenari e conseguentemente nuovi nodi problematici ancora aperti.

3.1. Globalizzazione e Istituzioni Pubbliche: cooperazione internazionale e/o interdipendenza locale?

I Sistemi Istituzionali (Stati nazionali, enti pubblici locali, aziende pubbliche) hanno sempre operato, assieme o separatamente, in un contesto di amministrazione, organizzazione e gestione delle regole della vita associata all'interno dei territori che rappresentano. Prima degli anni '70 la maggior parte delle amministrazioni pubbliche di un qualsiasi stato nazionale hanno operato nel pieno rispetto, a volte eccessivo, delle competenze reciproche. Oggi continuano a sostenere il medesimo ruolo, ribadendo sì l'autonomia e l'autorità di ogni singolo ente, ma nello stesso tempo creando situazioni sempre più numerose di scambio e cooperazione reciproca (regionale, nazionale e sovranazionale). La globalizzazione in questo caso ha per certi versi accelerato quel processo di reciprocità tra apparati politico-burocratici (principio peraltro ribadito nella maggior parte delle iniziative dell'Unione Europea). Sempre più numerose diventano le opportunità di scambo-verifica-confronto tra amministrazioni sia da un punto di vista nazionale che sovranazionale. Aumentano anche i progetti e le attività che coinvolgono società private e amministrazioni pubbliche europee, ne sono testimonianza diretta e paradigmatica i "LIFE Ambiente", i "LIFE Paesi Terzi" i "MEDA" o gli "EQUAL" dove, Unione Europea, Stati nazionali, Organismi di rilievo internazionale e aziende private entrano in partnership sia da un punto di vista finanziario che da un punto di vista strategico-operativo. Si sta gradualmente verificando un fenomeno di cooperazione istituzionale globalizzata. Contemporaneamente aumentano, soprattutto da un punto di vista locale, le occasioni di collaborazione tra enti pubblici (Regione e Provincia, Provincia e Comuni, Provincia e Consorzi ecc.) di uno stesso territorio. In Italia aumentano le iniziative di comunicazione e promozione del territorio sponsorizzate da più enti locali assieme a sponsor privati. A questo punto si tratta di programmare e legittimare ufficialmente questo fenomeno oramai acclarato di cooperazione internazionale e di interdipendenza funzionale tra amministrazioni pubbliche.

3.2. Globalizzazione e Istituzioni Pubbliche: multiculturalismo e/o iperlocalismo?

Soprattutto nel mondo occidentalizzato si assiste all'incontro-scontro tra pensiero multietnico e difesa delle identità locali. Da una parte libri, enogastronomia, filosofie, stili di vita, metodi terapeutici di tutto il mondo vengono assorbiti, mescolati e ricontestualizzati, sia in Europa che in America. Dall'altra parte proprio in questi continenti si assiste ad un processo di difesa ad oltranza delle tradizioni, delle usanze e delle tipicità locali. Sia che si tratti di multiculturalismo sia che si tratti di iperlocalismo, all'ordine del giorno c'è il concetto di "riscoperta dell'etnicità". Nel primo caso la riscoperta si apre al dialogo. Nel secondo caso rivendica una tutela. In entrambi i casi l'etnicità va recepita dalle Istituzioni Pubbliche che debbono tener conto di differenti punti di vista etico-valoriali nella formulazione di nuove leggi e di nuovi regolamenti.

3.3. Globalizzazione e Istituzioni Pubbliche: sovversione destatualizzante e/o leggittimità dello Stato?

Da un punto di vista politico-ideologico il fenomeno della globalizzazione ha generato due movimenti di pensiero fra loro conflittuali: il pensiero unico consumista ("Nike-oriented" o "Macdonald-oriented" direbbero alcuni intellettuali americani) e il pensiero alternativo "no-global". Il primo movimento affonda le radici nell'etica dell'occidente produttivo che crede di poter sostituire il complesso di normative esistenti nel consueto andamento della pubblica amministrazione, con pochissime regole essenzialmente orientate alla logica del mercato e delle multinazionali. Il secondo movimento si inscrive all'interno di un filone a partitico ed extra-istituzionale che contesta tutti i princìpi cardine della globalizzazione, ma anche alcuni princìpi basilari della convivenza democratica poiché la sua contestazione a volte procede attraverso mezzi violenti. In entrambi i casi si assiste ad un processo di delegittimazione intenzionale dello Stato, dei suoi vertici istituzionali e dei suoi apparati burocratici. Sia la mentalità consumista-omologata che quella alternativa-noglobal hanno nel tempo progressivamente diffuso atteggiamenti e valori finalizzati a spodestare l'operato delle pubbliche istituzioni. Ecco perché forse tutte le pubbliche amministrazioni dovrebbero cominciare a recuperare il dialogo con le controparti e aggiornarsi sui cambiamenti dei contesti e sulle esigenze dei "contestatori" (apocalittici e integrati) i quali, nel bene e nel male rappresentano la società civile (cittadini e utenti) nei confronti della quale le istituzioni erogano servizi.

3.4. Globalizzazione e Istituzioni Pubbliche: Standardificazione e/o Personalizzazione delle norme e dei regolamenti?

La rivoluzione tecnologica, le grandi migrazioni, l'incontro tra culture, il decentramento dei centri di produzione da uno Stato all'altro, sono fenomeni recenti che accelerano quel processo di incrocio tra nazioni. Ciò porta con sé un ripensamento di tutta la struttura normativa globale se non altro per alcuni aspetti strategici inerenti il commercio, l'immigrazione clandestina, lo spostamento dei capitali, i diritti umani fisici e psicologici, la criminalità organizzata. A questo punto il dilemma è: standardizzare o diversificare? La risposta più ovvia sarebbe: "fare tutte e due le cose e in fretta!". Da una parte la globalizzazione porta con sé la necessita di avere regole e norme comuni per tutti in modo da accelerare i processi di collaborazione e scambio, rispettando i sacrosanti criteri di efficacia, efficienza ed economicità. Tuttavia è anche vero che ogni stato ha le sue consuetudini e i suoi valori e quindi alcune norme sovranazionali vanno comunque riadattate secondo i casi (un esempio al riguardo può essere rappresentato dallo scontro verificatosi tra le norme europee e quelle italiane riguardo alcuni prodotti tipici come il formaggio di fossa o il parmigiano-reggiano). Sia che si tratti di uniformare che di diversificare occorre confrontarsi, concertare, discutere collegialmente per arrivare a regole globali valide per tutti, ma soprattutto finalizzate ad un pacifico equilibrio geo-politico. In questo caso non sarebbe sbagliato pensare a delle conferenze internazionali allargate tra Stati-Regioni di tutto il mondo. Momenti di dibattito tra amministrazioni pubbliche diverse dove porre le basi concrete di un trasferimento reciproco di saperi e prassi.

3.5. Globalizazzione e Istituzioni Pubbliche: equilibrio e/o conflitto di competenze tra Regioni, Stati e Sovra-Stati?

Il principio di sussidiarietà è un altro fenomeno partorito nell'era della globalizzazione. Esso ha investito gran parte delle moderne burocrazie occidentali e orientali. Un principio che se vogliamo possiamo banalmente riassumere con la seguente espressione: "dovendo scegliere a quale soggetto (pubblico o privato) far assolvere un compito si sceglierà il soggetto più vicino al problema e più capace di risolverlo". Il principio di sussidiarietà introduce il buon senso e abbatte le kafkiane barriere delle rigide competenze. Il problema è però fino a che punto le competenze possono essere abbattute. È possibile pensare ad un futuro dove una Regione italiana possa collaborare con una Provincia austriaca in qualità di consulente di progetto? È possibile trasferire concretamente (e non solo a livello cartaceo) il know how delle P.A. a livello mondiale?

3.6 Globalizzazione, Istituzioni Pubbliche e Comunicazione: il declino della sovranità dello Stato-Nazione?

In "Impero, il nuovo ordine della globalizzazione", Rizzoli Editore, 2002, Michael Hardt e Antonio Negri postulano un nuovo cambiamento paradigma nel panorama giuridico-economico-politico attuale: "il passaggio dall'internazionalizzazione alla sovranità imperiale". Il termine Impero è usato come chiave di lettura metaforica funzionale alla descrizione del paradigma. Il mutamento delle relazioni globali di potere ha determinano una trasformazione giuridico-amministrativa che sta letteralmente portando al declino degli Stati-Nazione. Attualmente si assiste ad un processo di transizione tra il precedente diritto internazionale, definito dai contratti e dai trattati e la costituzione di una nuova sovranità mondiale sovranazionale (e, conseguentemente di una nozione imperiale del diritto).

Secondo gli autori il nuovo ordine mondiale è sempre più simile ad un Impero, deterritorializzato e rizomatico (ossia privo di un centro unico e fisso) che opera senza organi pur essendo organizzato, soprattutto a livello militare e comunicativo. Tale impero è costituito da una dinamica etico-giuridica che presenta due tendenze fondamentali: in primo luogo una nozione del diritto che si afferma nella costruzione di un nuovo ordine che abbraccia tutta la civiltà e lo spazio universale. In secondo luogo una nozione del diritto che include la temporalità nell'ambito del proprio fondamento etico. L'impero, secondo la definizione di Hardt e Negri: "rappresenta il proprio ordine come permanente, eterno e necessario". Un esempio per tutti è la rinata concezione del bellum justum o "guerra giusta".

Questo concetto, originariamente associato agli antichi ordini imperiali, è recentemente riapparso durante la guerra del Golfo. Il concetto è fondato sull'idea che quando uno stato è minacciato da un'aggressione che può mettere in pericolo la sua integrità territoriale esso possiede un diritto di muovere guerra. Il concetto tradizionale di guerra giusta comporta la banalizzazione della guerra e la sua valorizzazione come strumento etico: due assunti respinti dal pensiero politico moderno e della comunità internazionale degli Stati-Nazione, ma che riappaiono nel mondo postmoderno caratterizzato dal declino degli Stati-Nazione. Dal moderno Stato Disciplinare la società sta evolvendo ad un Sovra-Stato Globale di intervento e controllo.

Sempre secondo gli autori il nuovo Impero Globale ha la caratteristica di rappresentare la forza come se fosse al servizio del diritto e della pace. Tuttavia, per rappresentare la forza come strumento di pace esso ha bisogno di consenso. Per questo gli apparati di comunicazione stanno assumendo sempre più importanza. Perché consolidano il nuovo immaginario collettivo, divulgando lo spettacolo del gioco delle parti: delle Nazioni Unite (Sovra-Nazioni) che usano l'esercito per assicurare la pace in tutti i luoghi della terra contro i destabilizzatori. A questo punto la domanda cruciale da porsi diventa la seguente: la comunicazione pubblica degli Stati-Nazione deve o non deve assecondare il processo della legittimazione del consenso e soprattutto può o non può costruire un linguaggio nuovo e basato su una contro-comunicazione e su un ridimensionamento dell'Impero?

Conclusioni: la Globalizzazione spinge al confronto internazionale diretto tra istituzioni pubbliche.

Da qualsiasi punto di vista si affronti, il fenomeno della Globalizzazione può rivelarsi una meravigliosa opportunità o una disastrosa calamità secondo l'uso e l'abuso che se ne potrebbe fare in termini economici, politici e culturali.

Sicuramente e inevitabilmente la Globalizzazione porta con sé la necessità di un confronto sistematico tra le istituzioni pubbliche regionali, nazionali ed internazionali. Un confronto che va quanto prima calendarizzato e programmato. Un confronto che avvicina anche il privato (economico e sociale). Un confronto cosmopolitico sulle norme, sui processi di comunicazione istituzionale, sui valori, sull'identità, sull'organizzazione del lavoro, ma soprattutto sui bisogni e le esigenze dell'utenza mondiale.

Simone D'Alessandro

[1] Questo commercio era chiamato "triangolare" per i tre "scali" che le navi inglesi dovevano compiere e che assomigliavano ai vertici di un triangolo: le navi partivano dall'Inghilterra vuote, arrivavano in Africa e, dopo essersi riempite di schiavi neri, andavano in America, qui i sopravvissuti erano venduti come schiavi nelle encomiendas e le navi erano caricate di materie prime con meta Inghilterra dove sarebbero state lavorate.

[2] Questa è l'illuminante tesi di Naomi Klein, giornalista canadese divenuta celebre per aver scritto No Logo, una delle bibbie dei No Global, anche uno dei più moderni manuali di comunicazione ad uso e consumo delle multinazionali.

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